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Buon Anno René

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“Ceci n’est pas une pipe”

(questa non è una pipa).

Un modo molto singolare di iniziare un articolo, me ne rendo conto. Il primo impatto con una frase apparentemente così vuota ed in questo momento decontestualizzata potrà lasciare perplessi alcuni lettori, ma allo stesso tempo potrà sorprenderne altri a cui non suona del tutto sconosciuta.

Nonostante una mia iniziale incertezza ho deciso che mi sarei comunque lasciato trascinare da questa citazione e dal suo autore per mantenere una mia tradizione personale: tentare di tirare le somme arrivato alla fine dell’anno.

Ammetto che l’idea inizialmente mi spaventava, in quanto non è mai facile fare un bilancio oggettivo di un lasso di tempo così lungo e si finisce sempre con il dimenticarsi qualcosa, ma allo stesso tempo però non ho la presunzione di ricercare la perfezione, ma cercherò solamente di decifrare un po’ questo periodo così particolare che non ci siamo ancora lasciati del tutto alle spalle.

La chiave per fare ciò io l’ho trovata in un mero disegno e nella sua didascalia, seppur composta di così poche parole.

Prima però è giusto fare qualche premessa affinché ogni lettore possa seguire meglio il filo conduttore di queste parole.

La frase appena menzionata appartiene a René Magritte uno dei più grandi protagonisti del surrealismo verista insieme a Salvador Dalì, che ho conosciuto solo di recente, ma che nonostante sia vissuto agli inizi del 1900 sono finito con il reputare estremamente attuale. La corrente artistica in questione si è sempre focalizzata sulla rappresentazione di oggetti della vita quotidiana, cose che ognuno di noi ha sotto i suoi occhi tutti i giorni, cercando però un continuo accostamento di essi con l’inusuale o l’impensato.

Tornando alla frase citata all’inizio, questa altro non è che una didascalia impressa proprio sotto la rappresentazione grafica dell’oggetto allo stesso momento negato.

Il dipinto vede infatti una pipa, estremamente realistica, decorata con un piccolo anello dorato al centro che divide perfettamente un marrone piuttosto cupo della testa da un profondo nero del bocchino, dove ogni fumatore appoggia le labbra in un gesto tanto banale quanto elegante. Il soggetto è appoggiato su uno sfondo ocra, perfetto per il raggiungimento dei due obbiettivi che Magritte si era imposto: il primo quello di far risaltare l’oggetto della riflessione ed il secondo di rendere quest’ultimo ancora più realistico.

L’autore ha ricercato in modo spasmodico la realtà nel disegno, presentandola all’osservatore con i suoi colori caratteristici, per poi cambiare repentinamente punto di vista attraverso le parole, mettendo in discussione tutto ciò che fino a qualche attimo prima era la normalità. È proprio questo il particolare che più mi ha colpito dell’artista belga: il disegno realistico di una verità comune che viene sovrastato dal senso di incertezza con lo scopo di stimolare il pubblico ad interrogarsi costantemente su quale sia la realtà e quale solamente la sua rappresentazione. Nel dipinto in questione è proprio quella calligrafia così dolce ed armoniosa ad invitarci ad andare oltre a quella apparente realtà rappresentata.

Ora, se penso a quante volte in questi ultimi mesi ognuno di noi ha dovuto reinventare la propria realtà, così radicata inizialmente e resa così fragile poi, mi viene da pensare quanto Magritte con questa pipa abbia riassunto tanto inconsapevolmente quanto perfettamente tutto questo.

Quella che era la nostra realtà, ancorata saldamente ad abitudini radicate nel tempo, è divenuta fragile ed incerta, un colpo durissimo per tutti noi che ha provocato una serie di conseguenze positive e negative, difficilmente riassumibili in una sola riflessione. Probabilmente molte di queste ancora dovranno manifestarsi totalmente ed in altre ci imbatteremo solo con il passare del tempo. Un fenomeno di tale portata, totalmente inaspettato, ma sopratutto mai verificatosi nella storia, non ci dà la possibilità di sintetizzarlo in così poche righe ed in ogni sua sfumatura, fisica, psicologica e culturale e questo articolo non ha la presunzione di volerlo fare. Nonostante ciò però si può provare a vedere gli accadimenti di questo 2020, con un pizzico di razionalità e perché no anche di positività.

Proprio come nel quadro della pipa per tanto tempo ci è stata dipinta una realtà che abbiamo immagazzinato e plasmato a nostro piacimento. Ognuno in base al proprio essere ha cercato di costruirsi una realtà che lo rispecchiasse di più, riempiendo la propria vita di impegni, relazioni sociali e traguardi, tutte cose che per la prima volta ci sono state tolte e non ancora restituite nella loro totalità. Gli stadi attraversati sono stati i più disparati: dalla paura iniziale che ha provocato uno straordinario senso di unità, andato un po’ scemando con il tempo, se dobbiamo essere intellettualmente onesti; poi la rabbia per le scelte prese da chi come noi non aveva idea di come affrontare tutto questo ed ancora la felicità per una seppur temporanea riapertura, per finire con una giusta dose di insofferenza generale con la seconda ondata che ci ha accompagnato anche in due giorni così importanti, parlando in senso affettivo, come il Natale e l’ultimo dell’anno.

È come se questo quadro lo avessimo attraversato per intero prima ancorandoci ad una verità che sembrava inizialmente intoccabile per poi imbatterci in una didascalia che sembrava, anzi sembra, averci smontato in toto l’insieme delle nostre certezze.

Ora che siamo giunti al termine di questo anno, per certi versi maledetto, dobbiamo ragionare su cosa sia conveniente portare con noi nel 2021 e cosa invece lasciare che scivoli via. Sicuramente proprio come nel dipinto di Magritte, si può lasciare che l’artista ci distrugga la nostra idea di realtà restando fermi con uno sguardo inerme, oppure possiamo lasciare che tutto questo ci serva da stimolo per reinventarsi, anche se con un grande sforzo fisico e mentale, la propria vita di tutti i giorni.

Sicuramente gli spunti su cui poter lavorare per un cambiamento collettivo sono molteplici. Spetterà a noi ricordarci ciò che di positivo ha portato questa pandemia, come quell’unione popolare che troppo presto è stata accantonata per lasciare spazio alla polemica costante su ogni decisione ed ogni azione altrui. Dalla ricerca del capro espiatorio del nostro malessere alle male parole riservate per chi come noi, ma con incarichi istituzionali ben più importanti, è finito per ritrovarsi spiazzato da tutto questo. Una corsa continua alla ricerca del consenso altrui prima in casa, poi per strada e per finire sui social, tanto utili quanto per certi versi dannosi in questo periodo di reclusione. Abbiamo corso e tanto dietro l’idea che tutti coloro che non si comportassero come noi fossero incriminabili senza diritto di replica ignorando le difficoltà che ognuno si è ritrovato a vivere giorno per giorno. Nessuno si può ritenere esente da colpe, né noi cittadini, anche i più ligi al dovere, né tutti coloro che sono stati chiamati a decidere per altri. Tutti noi abbiamo e stiamo tutt’ora recitando una parte in un collettivo colpito così duramente, anche ora che un altro anno è iniziato.

In buona sostanza credo che, anche se a distanza di così tanto tempo, Magritte abbia voluto con questo dipinto, tanto particolare quanto ricco di spunti, lasciarci un mezzo in più per aiutarci a riflettere su quante e quali possano essere le vie alternative.

Da qui in avanti spetta a noi accantonare la paura e l’insofferenza cercando di tenersi stretti quei momenti di condivisione che, se anche solo simbolicamente, ci hanno resi più vicini. Siamo chiamati a vivere questo anno cercando di ricostruire prima noi stessi evitando di cadere nell’illusione che un salvatore ignoto possa ricostruire quella realtà a cui tanto eravamo affezionati, magari immaginandocelo scuro in viso e con una pipa in bocca.

Eravamo affezionati, magari immaginandocelo scuro in viso e con una pipa in bocca.

Francesco Leotta

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