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Dai Virus ai Memi

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L’attuale situazione pandemica ha ricordato tra le altre cose all’essere umano della presenza di esseri minuscoli, ma così minuscoli, da far sì che ci si dimenticasse presto, mercé il nostro narcisismo, della loro esistenza: i virus. Questa parola derivante dal latino vīrus, dal significato di ‘veleno’, indica un’entità biologica di natura non cellulare caratterizzata da una esistenza parassitaria, capace di infettare tutte le forme di vita con le quali entra in contatto. L’origine di questi parassiti è tutt’ora dibattuta, ma c’è chi sostiene la loro esistenza fin dall’evoluzione delle prime cellule viventi; una caratteristica che accomuna tanto i virus organici quanto i loro “cugini” informatici consiste nell’essere porzioni di codici capaci di autoreplicarsi.

Questi aspetti sopracitati entrano curiosamente in relazione con il concetto di meme, la cui forma plurale corretta in italiano è ‘memi’, questi può essere infatti definito come un virus del linguaggio. La teoria dei memi è stata istituita dallo scienziato britannico Richard Dawkins in un suo libro pubblicato nel 1976 dal titolo “The Selfish Geen”, tradotto come “Il gene egoista”; Dawkins ha coniato il termine meme, ricavato dal greco mímēma ‘imitazione’, sia perché riprende foneticamente il nome geen sia perché evoca il concetto di memoria. La definizione che ne dà lo scienziato britannico è molto simile a quella di virus, ovvero un meme è un’unità di significato capace di autoreplicarsi ai fini di sopravvivere e di andare avanti nel tempo; in altre parole al posto di un codice genetico, come nel caso dei virus, si ha un messaggio, per esempio di tipo letterario o comunicativo, che viene così a costituire un meme. I memi sono generalmente formati da tre componenti: uno statement, ovvero un’affermazione o una dichiarazione, un’immagine in accordo con l’enunciato e una battuta conclusiva che dà il senso comico al tutto, che potrebbe essere definita come fulmen in clausula per riprendere la terminologia degli epigrammi di Marziale. La sopravvivenza di un meme è strettamente legata alla sua capacità di suscitare emozioni, di movere per usare un concetto ciceroniano, la sua carica virale si basa proprio sul principio della trasmissibilità: quante più persone lo condividono o lo commentano e tanto più a lungo esso potrà vivere. Tutto ciò però non è sufficiente a garantirne la sopravvivenza, anche perché, oltrepassato l’hype, il meme inizierà la sua inesorabile corsa verso la morte, a meno che non metta in atto delle strategie di sussistenza, ovvero cerchi di replicarsi e di reinventarsi, in altre parole: muta. Prendiamo ad esempio i memi di Trollface, i quali sopravvivono per mezzo di un continuo cambiamento delle battute, mantenendo invece costante l’immagine prestabilita. Una strategia di sopravvivenza opposta a quest’ultima consiste nel mantenere uno statement fisso e modificare l’immagine, come avviene nelle tipologie di memi «sono un X semplice», dove la ‘X’ indica una variabile e va dunque sostituita con il nome appropriato per il contesto, ad esempio si pensi ai memi «sono una persona semplice» e «sono un americano semplice».

Bisogna riconoscere come i memi riescano a rappresentare la realtà spesso in maniera più facile ed immediata rispetto ad altre forme di comunicazione; essi pertanto assumono un’elevata capacità mimetica, per rifarsi ad un concetto cardine di ogni forma artistica lato sensu, elaborato per la prima volta da Aristotele nella “Poetica”. In un momento storico dove tutto sembra cambiare così rapidamente e talvolta caoticamente, sotto il tempestare dei media e della digitalizzazione sfrenata, i memi prendono a modello la realtà e, forse per ironia, la imitano nel suo costante metamorfismo. Per analogia si può dunque notare come questa continua replicazione sia a tutti gli effetti simile a quanto avviene per un testo che viene considerato classico, ovvero di essere, per quanto esistano molte definizioni, un’opera capace di essere reinterpretata all’infinito. Del resto i memi sono delle forme di comunicazione capaci di valicare facilmente i confini nazionali e talvolta anche quelli intergenerazionali; essi sono tra i pochi strumenti linguistici in grado di replicare una mymesis dell’attuale società dell’informazione. La forza del meme consiste nel sapersi adattare ai cambiamenti dei gusti e dei costumi pur mantenendo uno stesso messaggio di fondo, seppure con parole diverse. Si tratta di un meccanismo molto antico e ben consolidato nella tradizione letteraria, a tal proposito si può osservare l’evoluzione di un celebre esempio della poesia latina dove il poeta Ennio, vissuto tra il III ed il II secolo a.C. e considerato il “padre” della letteratura latina, parla di un araldo che fa suonare la tromba:

At tuba terribili sonitu taratantara dixit

Ma la tuba con un suono terribile disse papparapà.

L’uso di un filler alquanto brutto con la funzione di chiudere il verso ha fatto sì che molti poeti successivi decisero di ritoccarlo, senza però alterarne il significato di fondo; è il caso di Virgilio, poeta del I secolo a.C., che amplierà il verso anche per mezzo di un enjambement:

At tuba terribilem sonitum procul aere canoro

increpuit 

Ma la tromba lontano dall’aria che risuonava crepitò il (suo) terribile suono.

In Età Flavia, I sec., il poeta Stazio modifica ancora di più il verso introducendo un neologismo che è pure un composto, a dimostrazione del gusto barocco di quel periodo:

at tuba luctificis pulsat clangoribus urbem

ma la tromba batte la città con clangori luctifici.

Infine nel V secolo il poeta Sidonio Apollinare cerca di riprendere il “taratantara” del verso di Ennio attraverso un’allitterazione dell ‘r’:

At tuba terrisono strepuit grave rauca fragore

Ma la tromba strepitò con grave fragore che fece risuonare la terra.

È una tematica molto presente nell’antichità quella di sopravvivere alla nostra mortalità attraverso le proprie opere; perché, per dirla con le parole di Petrarca, solo se il nostro messaggio riesce «gir in fra la gente» riusciamo a perpetuare il ricordo che gli altri hanno o avranno di noi. Ciò che farà da filo conduttore sarà il messaggio, il quale per mezzo della condivisione, per quanto muterà nella forma e nello stile, rimarrà eterno. Un filo misterioso e indissolubile lega la nostra esistenza a quella di altre creature o cose inanimate, che si tratti di virus o memi o opere letterarie il concetto di fondo è sempre lo stesso, cambiare e reinventarsi per vivere; per concludere come il poeta latino Ovidio ha chiuso la sua opera maggiore, “Le metamorfosi”, riassumendo proprio queste riflessioni in un unico vocabolo: vivam.

Andrea Giraudo

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