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EMMAUS: Solidarietà e Sostenibilità

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Di Emmaus colpisce subito un aspetto: il profondo legame tra solidarietà e sostenibilità. La lotta per i diritti delle persone va di pari passo con la lotta ambientale.

Sapete che i nostri consumi sono una delle più grandi armi di lotta politica? E che non solo la salute dell’ambiente, ma anche i diritti di milioni di persone dipendono dai nostri acquisti quotidiani?

In questo articolo, l’intervista a Nicola Teresi, presidente di Emmaus Palermo, che ci racconta di questa realtà e dei problemi che il nostro mondo e il nostro paese stanno affrontando.


Cos’è Emmaus?

Emmaus è un movimento internazionale nato in Francia nel 1949 dal prete partigiano Abbé Pierre. Nei primi anni il movimento si batteva per la costruzione di case popolari. La svolta ci fu nel 1954, quando Abbé Pierre fece un discorso a Radio Lussemburgo, seguito dalla cosiddetta “Insurrezione della bontà”: milioni di cittadini in tutta la Francia si mobilitarono per aiutare quest’uomo e il movimento si diffuse.

In Italia è nato cinquant’anni fa, al momento abbiamo 18 sedi.

Emmaus accoglie persone in comunità autofinanziandosi, non vogliamo chiedere soldi alle istituzioni e alle banche, perché le riteniamo responsabili della crisi sociale e climatica che stiamo vivendo.

La nostra lotta politica passa attraverso la nostra autonomia e indipendenza.

 

Cercate di contrastare le multinazionali?

Le multinazionali sono l’espressione più feroce del nostro sistema capitalista, l’avanguardia economica di un sistema che io chiamerei mafioso: massimizzare il capitale a scapito dei diritti delle persone e dell’ambiente significa perdere ciò che abbiamo costruito come cittadini e governi, attraverso la Dichiarazione universale dei diritti umani e le costituzioni. Il nostro mondo è in pericolo a causa della supremazia del mercato sulla vita delle persone. Le merci e i capitali sono liberi, le persone no.

 

Quanto è difficile oggi in Italia essere una piccola impresa?

Molto. Quasi tutti i lavori vengono a poco a poco sostituiti dalla grande distribuzione e dalle grandi marche. E’ un’economia che strozza il piccolo imprenditore e l’artigiano, che dovrebbero essere difesi e tutelati a livello politico.

 

È diverso essere un lavoratore al nord e un lavoratore al sud?

È complicato parlare di lavoro in senso generico, ma sicuramente c’è un dato: c’è più lavoro al nord che al sud. Nel Mezzogiorno quasi un giovane su tre è disoccupato o inoccupato. Questo aumenta il lavoro in nero, poiché chi non ha un lavoro si ritrova costretto a dover fare altro per mantenersi.

La mancanza di lavoro rafforza come non mai le mafie, che hanno sempre bisogno di manovalanza.

Un altro dato è questo: siamo un paese che ha tanti lavoratori poveri. Ci sono persone che non percepiscono un reddito sufficiente e vanno a ingigantire le statistiche delle milioni di persone che sono in povertà assoluta o in povertà relativa. Siamo quasi al 12% della popolazione italiana.

 

I lavoratori italiani reclamano ancora i propri diritti?

C’è stato un appiattimento delle lotte. In Francia siamo quasi al quarantesimo giorno di scioperi per i tagli alle pensioni, in Italia, quando la stessa riforma è stata varata dal governo Monti, i sindacati hanno proclamato tre ore di sciopero dopo il turno lavorativo e soltanto dopo che la legge era stata promulgata. Il ruolo sociale dei sindacati è venuto meno.

Tra i responsabili c’è la classe politica, che ha spinto sempre di più verso un sistema economico capitalista. I lavoratori hanno subito le maggiori vessazioni e sono state negate loro molte tutele.


Parlando di governi e multinazionali, non ci si può non collegare alla questione ambientale, molto dibattuta nell’ultimo periodo. Esiste davvero una crisi climatica?

La crisi è reale, ma noi siamo europei e, per ora, non la vediamo.

Bisogna interiorizzare il concetto di razzismo ambientale: chi causa la crisi non la vede, sono i paesi poveri del sud del mondo a subire già le conseguenze. L’area del Sahel, sotto il Sahara, da decenni subisce una forte desertificazione, che mette a rischio l’economia di sussistenza locale e rende difficile la vita delle persone che lì vivono. Molti migranti oggi sono migranti ambientali.



 

Cosa possiamo fare noi in prima persona per affrontare il problema?

Noi abbiamo il potere di cambiare il mondo, ma non lo sappiamo. Siamo consumatori, il modo in cui spendiamo i nostri soldi orienta il mercato. Possiamo scegliere il piccolo imprenditore invece delle grandi marche, il negozio invece del centro commerciale.

Il boicottaggio economico è sempre stato in tutte le campagne non violente una delle più forti azioni di orientamento politico. Per fare un esempio, le grandi campagne contro l’olio di palma, prima usatissimo, hanno portato molte aziende multinazionali a bandirlo dal mercato.


I Fridays For Future hanno un’utilità o sono giuste le continue critiche che ricevono?

Hanno una grande utilità e proprio per questo ricevono tante critiche. Hanno risvegliato i giovani, che sono gli attori principali di un possibile cambiamento. Sono loro a dover prendere in mano il loro presente e il loro futuro.

C’è da dire una cosa: la lotta ambientalista finora ha fallito, perché non ha unito le lotte sociali alle lotte ambientali. Stiamo parlando della stessa cosa, noi facciamo parte dell’ambiente e i diritti umani rientrano nella lotta per la giustizia climatica.

 

Emmaus offre la possibilità di approfondire questi e altri temi durante l’estate. Come funzionano i campi di volontariato estivi?

I campi servono a coinvolgere i giovani e sensibilizzarli, perché sono gli attori del cambiamento.

Durante le estati il Lavoro Emmaus rimane la parte preponderante, però riusciamo anche a offrire momenti di approfondimento rispetto a vari argomenti a noi cari, come la lotta alla miseria, le cause delle ingiustizie, i fenomeni migratori, l’industria delle armi e le guerre, i cambiamenti climatici, l’economia circolare, l’antimafia. Non c’è solo denuncia, ma anche proposta.

Diamo anche la possibilità di svolgere animazione sociale in alcuni quartieri difficili delle città italiane, con minori che, altrimenti, non potrebbero permetterselo, e con persone con problemi di mobilità.

L’idea non è solo di tornare a casa con un punto di vista differente, ma con la consapevolezza di avere tra le mani il potere della trasformazione sociale.


Qual è il ricordo più bello della tua esperienza in Emmaus?

Emmaus ha sconvolto la mia esistenza. Prima lavoravo per Libera, facevo il formatore, mi occupavo di giovani ed era un lavoro con meno responsabilità. Emmaus è stata una scommessa vinta, si prende un’energia infinita e tanto tempo. Abbiamo lottato molto per far nascere Emmaus a Palermo.

Sicuramente lo rifarei, ma dopo anni sento di essermi po’ stancato. Ci occupiamo non solo di un mercato dell’usato, ma anche, soprattutto, delle persone che vivono in comunità. Difendiamo un lavoro economico e sociale che in Sicilia non ha molto attecchito e non è facile. È come se fossimo degli imprenditori, ma non lo siamo, perché facciamo lavoro sociale.

 

Beatrice D’Auria

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