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Familiarità e insulti nell’era digitale

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Perché insultiamo in rete? E quali sono le categorie più colpite?

La rete ci ha messo in contatto con il mondo intero, ha favorito l’interazione e ha portato dentro le nostre case ogni genere di personaggio e di argomento. Ormai, queste frasi sono ripetute da anni e ribadirle risulta banale. 

Tuttavia, se è vero che possiamo vedere, scrivere e parlare con chiunque grazie ai dispositivi digitali che possediamo, è altrettanto vero che percepiamo lo stesso grado di familiarità con tutte le persone che popolano il mondo della tv e dei Social? In altre parole, perché diciamo “zio” Gerry Scotti e non “zio” Brad Pitt? Eppure entrambi appaiono quotidianamente su tv, pc e smartphone; anzi, gli attori molto spesso sono in copertina di riviste, cartelloni pubblicitari e spot televisivi che guardiamo più volte al giorno. Allora perché questa differenza di atteggiamento?

La risposta sta nel medium, inteso come strumento comunicativo che veicola un messaggio da un emittente a un destinatario. Ciò che molto spesso si tralascia è che ogni medium ha un suo messaggio intrinseco, richiede un certo tipo di codice (parole, lettere, note musicali) e quindi cambia l’approccio di coloro che lo utilizzano.

Per rendere chiaro il perché di questa familiarità con lo zio Gerry, è utile citare Marshall McLuhan, autore de “Understanding Media” (1964). In quest’opera visionaria, l’autore riflette sul concetto di medium (famoso il suo aforisma “Il medium è il messaggio”), le implicazioni sociali, culturali ed economiche dello sviluppo di questi mezzi comunicativi e molto altro. In questo frangente, i concetti più rilevanti sono: la distinzione tra media freddi e media caldi e il concetto di Villaggio Globale. 

In breve, McLuhan classifica un medium in base al grado di partecipazione che richiede al fruitore. In modo controintuitivo, la fotografia analogica è un medium caldo, perché il ricevente non aggiunge nulla al messaggio; il cellulare è un medium freddo, perché spinge chi lo usa a modificare e personalizzare (“riscaldare”si potrebbe dire) sia il messaggio che il mezzo in sé. McLuhan poi distingue tra epoche calde ed epoche fredde, a seconda di quali media prevalgono. A partire dagli anni ’60 si è entrati in un’epoca fredda: il pubblico è coinvolto e chiamato a partecipare. Il processo comunicativo cattura l’utilizzatore a tal punto che il medium diventa, per chi lo utilizza, una vera e propria estensione dei propri sensi: il libro è un’estensione della vista, la radio dell’udito ecc. Si può dire che il canadese ci aveva visto lungo: chi di noi oggi non percepisce il proprio cellulare come un prolungamento materiale della propria personalità, tanto da infuriarsi (giustamente) in caso di furto? 

Mcluhan afferma, poi, che i prodotti tecnologici che produciamo possono essere visti come un’estensione del nostro sistema nervoso, che ci consente di connetterci con il mondo intero. In questa prospettiva, si parla di Villaggio Globale. Essendo in contatto gli uni con gli altri, è come se l’umanità ritornasse ad avere le caratteristiche dei piccoli insediamenti primitivi, in cui ognuno conosceva tutti i membri della comunità ed aveva con essi molta familiarità. 

Unendo i due concetti (media caldi/freddi e villaggio globale) si arriva al punto cogente. La tv, il Personal Computer con cui abbiamo a che fare quotidianamente sono media freddi, richiedono la partecipazione dello spettatore e, interagendo, diventiamo parte del villaggio globale. Ma benché questo ci avvicini al concetto di familiarità, non è abbastanza per spiegare perché con alcuni personaggi ci sentiamo in confidenza e con altri no. Un tale rapporto è dato da almeno altri due fattori: il diverso medium e il diverso approccio di emittente e ricevente. 

Come già accennato, un medium non veicola solo il messaggio, ma aggiunge una serie di caratteristiche, come il grado di formalità, il registro da utilizzare, il luogo in cui stare. Per esempio, con il medium-cinema noi stiamo in silenzio, in un luogo pubblico, buio, senza interagire né commentare ciò che vediamo, subendo passivamente le immagini proiettate. Con il medium-televisione (o computer, smartphone ecc.)  invece siamo nel salotto di casa, da soli o in compagnia della famiglia, con la possibilità e anzi l’invito a lasciarci coinvolgere. È evidente che sia più facile percepire un personaggio come più “amico” quando lo incontri tutti i giorni nel salotto di casa, rispetto a uno speculare ma che vedi in un luogo pubblico. 

Ma abbiamo detto che anche Brad Pitt lo incontriamo tutti i giorni. Quindi per completare il quadro è necessario specificare che media diversi impongono comportamenti differenti, sia di chi riceve il messaggio, sia di chi lo emette. Per essere più chiari: quante volte, nei programmi televisivi, lo spettatore incontra lo sguardo del presentatore? E quante, invece, in un film? Per le regole del mezzo-cinema gli attori non guardano quasi mai in camera, mentre in tv è tutto diverso: la scenografia e i costumi ricordano volutamente un ambiente familiare, il presentatore parla agli spettatori, invita ospiti in studio, chiama il nostro vicino in diretta. Tutto questo contribuisce a far apparire una celebrità inarrivabile Brad Pitt e uno zio simpatico Virginio Scotti. Insomma: la risposta alla domanda iniziale sta nel medium, in particolare nei comportamenti e nelle strategie specifiche dei diversi mezzi.

Facendo un passo in più e riflettendo sugli effetti di questa familiarità, si può rilevare un aspetto contraddittorio. Infatti, pur percependo come familiari i personaggi televisivi, essi sono la seconda categoria più gettonata in materia di insulti, dopo gli immigrati. In uno studio curato da Alessandro Rosina, docente di Demografia e statistica sociale all’università cattolica di Milano, pubblicato nel 2017, emerge che il 58,8% delle vittime di hate speech sono immigrati e il 37,01% sono personalità pubbliche. Mentre gli omosessuali, i musulmani e le donne rappresentano rispettivamente il 35,4%, il 33% e il 25,3% dei bersagli. 

Un’esposizione massmediatica maggiore comporta un grado di dissenso maggiore, ma questo non giustifica le statistiche.

Si è soliti attribuire le colpa di una tale quantità di odio ai social Network, ma se essi avessero solo amplificato un problema sociale (l’odio nei confronti di determinate categorie) che già esisteva?

Sandro Marotta

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