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IL MOMENTO DI UN TUFFO – INTERVISTA A EDUARD TIMBRETTI

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Continua il tour delle interviste di Prospettive, che oggi (ma non oggi) si reca a casa di Eduard Timbretti, nuotatore cuneese classe 2002, un campione nella specialità dei tuffi, e da non molto tempo rappresentante della nazionale italiana sul trampolino.

Mi apre la porta il fratello maggiore di Eduard, Robert. Eduard è in camera da letto, sta studiando. Mi accomodo in sala, dove ci raggiunge e si prepara a rispondere ad alcune mie domande.

Ci vuole un attimo perché si sgeli un pochino: un ragazzo, come diremmo noi, “acqua e sapone”, e fidatevi che di acqua se ne intende: conta una ventina di titoli “virtuali”, e una decina di titoli iridati in quanto finalmente cittadino italiano.

Questo conteggio è molto importante: Eduard ha vissuto, fin da quando ha iniziato a gareggiare, con un problema spesso da noi sottovalutato, perché “lontano” dai nostri luoghi o perché non ne avvertiamo gli effetti pratici e le conseguenze dirette.

Il problema per lui si è posto con riguardo al non possesso della cittadinanza, che non gli ha permesso di poter festeggiare tutte le medaglie conquistate in maniera “effettiva”.

Iniziamo proprio da qui.

Eduard, puoi spiegarmi come si manifestava, per te, il problema del non possesso della cittadinanza?

Innanzitutto, per fare chiarezza, sono nato e cresciuto a Cuneo. Il problema sorgeva nel momento in cui disputavo i campionati italiani; non avendo la cittadinanza non potevo vincere il campionato, pur essendo “italiano al 100%” nei fatti.

Specifica, magari con un esempio…

Ero una specie di fantasma: arrivando primo, quello che nella gara era arrivato secondo saliva sul primo posto insieme a me; di conseguenza “slittava” tutta la classifica, salendo sul podio come terzo anche il 4° qualificato.

Ero sempre qualificato nella sommatoria dell’anno, essendo sempre tra i primi due… però a rappresentare la nazionale non potevo andare: era brutto vedere gli altri al posto mio. A volte la prendevo sul ridere, andavo dal “primo” e gli dicevo: “ti piace vincere facile”!

Sapevi che, prima o poi, nel momento in cui avresti ricevuto la cittadinanza italiana, saresti diventato un atleta azzurro?

Si, anche se prima è più facile ottenere i risultati per le qualificazioni alle gare internazionali, perché nelle categorie juniores la competizione è meno tosta.

Questo però mi spinge a migliorarmi per poter gareggiare in azzurro, ma rimane il rammarico di non aver potuto calcare molti palcoscenici internazionali che, ai risultati, mi sarebbero spettati.

La cittadinanza è arrivata una settimana dopo gli Europei, a cui quindi non ho potuto partecipare; l’edizione del 2020, a causa del covid, non si è tenuta; spero in ogni caso che vengano “recuperati”, poiché hanno comunicato che ci sarà una sorta di recupero, quest’estate.

Il problema della cittadinanza ha anche riguardato l’accesso ai corpi dell’arma, nonostante i punteggi alti e le prestazioni sempre in vetta alle classifiche non mi era possibile partecipare ai bandi di selezione per entrare a fare parte dei gruppi sportivi dei Carabinieri, della Polizia, della Guardia di Finanzia etc. (sia la cittadinanza che la
sola partecipazione alle gare internazionali fanno punteggio, insieme con i risultati sportivi).

Purtroppo il nostro sport non è finanziato e sponsorizzato come altri, e quindi tutte le spese (tolte le competizioni e gli allenamenti svolte con la Nazionale, a carico della Federazione) gravano sulle famiglie di noi atleti: riuscire ad entrare a far parte di un gruppo sportivo significa anche poter dare un po’ di respiro alle nostre famiglie, e magari ambire anche ad un po’ di indipendenza economica.

Grazie alla Cagnotto e alla Pellegrini, negli ultimi tempi si è concentrata l’attenzione degli esterni all’ambiente del nuoto e a questo sport, e pian piano sembra che si stia popolarizzando, ritagliandosi uno spazio importante.

Quante volte hai rappresentato l’Italia?

Spesso agli allenamenti, a Roma, tra gli atleti di interesse nazionale. Nella nazionale assoluta (quella “dei grandi”) a Capodanno del 2020, alle Canarie (una sorta di premio per gli atleti, con un allenamento “fuori porta”), inserito sulla fiducia e grazie al mio impegno (e ai risultati) nelle competizioni.

Ho potuto allenarmi a fianco della Cagnotto, è stata un’esperienza molto entusiasmante.
Ho potuto gareggiare in azzurro anche in Inghilterra, ad una sorta di campionato internazionale: di base è un campionato inglese, aperto però alle iscrizioni dall’estero. Qui il livello è molto alto, e ho potuto finalmente rappresentare l’Italia in gara.

Sono anche inserito, in azzurro, in un progetto per i tuffi sincro, con Andreas Larssen.

A Cuneo ti senti “riconosciuto”?

Si, anche se essendo sempre in trasferta è difficile “curare” la propria immagine qua in Cuneo. Anche gli allenamenti li faccio a Torino, per cui sono sempre fuori. Molte volte comunque c’è il mito del “non c’è, è andato là”, “è in viaggio per”, “deve gareggiare a”.

Parlando di scuola?…

Con la scuola (Liceo Scientifico) ho un rapporto strano: i professori sono comprensivi nei confronti dei miei impegni; studio, molte volte ad ore improbabili per via degli allenamenti e dei viaggi da Cuneo a Torino.
Una curiosità: i miei compagni hanno scoperto in terza superiore che faccio tuffi a livello professionistico!

Il mio migliore amico e compagno di classe (D. Carletto) mi salva spesso dalle interrogazioni dandomi una mano, fino a tardi, studiando con me, spiegandomi e passandomi il materiale.

La mia media è dell’8, l’ho alzata rispetto a quanto si diceva sui giornali lo scorso anno! Non sono molto spiccato nelle materie di studio, ma me la cavo benissimo in quelle di ragionamento.

Torniamo ai tuffi. Cosa è cambiato con il covid?

All’inizio molti rinvii. In seguito, piano piano, sono ricominciate le gare, ma solo a porte chiuse. Essendo quasi tutte le gare a livello nazionale, non era e non è facile radunare tutti gli atleti.

Quest’anno hanno trovato il modo di poter farci gareggiare a Trieste, in uno degli impianti più grandi d’Italia. Non ci hanno fatto usare gli spogliatoi, ed i borsoni erano tutti infilati in sacchi di plastica neri ai piedi delle tribune… un effetto visivo particolare, specie perché era anche trasmessa in televisione.
Appena finito l’allenamento ci si doveva mettere la mascherina, che poteva essere tolta durante il riscaldamento e durante il tuffo. Per il resto, sempre con le mascherine indossate.
Rispetto al 2020, stiamo piano piano ricominciando a re ingranare, con le convocazioni per l’allenamento a Roma, al centro della Federazione Olimpica, che è un centro sportivo completo e all’avanguardia, dotato di qualsiasi confort: una città nella città, un campus totalmente autonomo, che ci consente di creare una sorta di “bolla” quasi completamente separata dall’esterno.

Prima la Federazione stabilisce le turnazioni, limitate a pochissime persone, con gli atleti che effettivamente devono rappresentare la Nazionale. In seguito si fanno i tamponi, e se si risulta negativi si può partire per Roma.

A Roma eravamo in pochi, a rappresentare la Nazionale. Era bello tornare dopo lo stop (da febbraio a maggio), rivedersi dopo essere stati lontani. Durante il lockdown ci siamo allenati tutti “in DAD”, con un gruppo su Zoom: ci connettevamo da Torino, Milano, Bolzano, Trieste, Roma e Cosenza.

Che tipo di atleta ti senti, fino a quando sali sulla piattaforma?

Sento di aver imparato, rispetto ad un ragazzo della mia età, ad organizzarmi meglio la giornata (e non solo); ho quasi una doppia vita, poiché il tempo che un normale ragazzo della mia età usa per divertirsi e svagarsi, io lo uso per allenarmi.

Devo sempre mantenere alta la concentrazione.

Come ti inquadri come persona, nelle tue “due vite”?

Come atleta sono molto freddo, molto concentrato sull’obiettivo, anche se quando mi alleno mi diverto per poter aiutarmi a sostenere gli sforzi. Sono molto intraprendente e ho grande determinazione nel superare i miei limiti continuamente.

È una corsa continua verso la perfezione, verso la ricerca del tuffo perfetto.
Ci vuole un gran lavoro di correzione, nei minimi dettagli, di minimi errori che certe volte ti portano anche molto stress.

Come studente ho preso ritmo a studiare di notte e di sera, perché tutti i pomeriggi mi alleno e mi dedico ai tuffi. Spesso ci metto molto a concentrarmi, ma una volta che prendo il via, vado avanti come un treno.
Verifiche e interrogazioni sono come una competizione, anche con i miei compagni di classe, che mi invogliano ad applicarmi e a studiare. Per fortuna i miei amici mi hanno sempre spinto a tenere alto il livello anche a scuola.

A casa mio fratello e i miei genitori devono abituarsi (loro malgrado) ad alcune mie stravagantezze (ad esempio “pinciare” alle due di notte). A casa sono molto scherzoso e molto divertente, è un po’ il mio luogo d’evasione, dove dò spazio agli aspetti del mio carattere che non posso sfogare né con lo sport ne con la scuola.

Come vivi il periodo pre – gara e la gara?

Di solito due settimane prima inizio a sentire la tensione della gara, che si fa sempre più forte. La pressione riguarda anche l’accesso in un gruppo sportivo dell’arma, proprio per poter finanziarsi le trasferte e le gare.
Ogni gara ed ogni piazzamento in classifica è valido ai fini del punteggio per partecipare ai bandi.

In un momento importante come questo, dove manca poco ai Mondiali e alle Olimpiadi, sto facendo cose nuove per me, e sento molte responsabilità e molta pressione.
Spesso in allenamento possono andare bene, ma in gara i tuffi a disposizioni sono 6, 1 per tipo (ogni tipo corrisponde ad una direzione), e per ognuno c’è un solo tentativo.

Il margine di errore che ci si può concedere è molto vicino, ed in tanti casi pari a 0.

Gli effetti della gara certe volte sono difficili da gestire: ho avuto un periodo in cui il primo tuffo determinava tutto il mio approccio psicologico alla gara. Una cosa che, negli ultimi tempi, ho imparato a gestire e piano piano sto riuscendo a correggere, per migliorarmi ulteriormente sotto tutti i possibili aspetti.

E l’ambiente in gara? Con gli altri atleti?

In gara siamo tutti molto legati: anche tra avversari ci spingiamo e ci sosteniamo a vicenda, non è solo sportività ma è una forma di rispetto che va al di là dello sport. Sovente ci si scambia battute e consigli, o ci si confronta sulle prestazioni di ognuno.

Sugli spalti spesso non si comprende tutto il lavoro svolto dietro ad ogni singolo tuffo, ed anche tutta la prestazione: si tende a sminuire la stessa alla sola “entrata” in acqua del tuffatore. Queste sono le uniche situazioni un po’ difficili, tra tifosi (spesso anche famigliari) e giudici.

Anche con il mio avversario “storico” c’è molta amicizia. Nel caso in cui lui arrivi prima di me, tendo a ragionare più sugli errori miei e sul fatto che non sono riuscito a superarlo, piuttosto che a prendermela con lui; in questo sport processiamo e analizziamo solo la nostra prestazione, per migliorare tutto quello che possiamo su di noi. Non c’è spazio per critiche a giudici o ad avversari.

Questi li si prende come esempio, ma mai per criticarli.

Come è nata la passione per questo sport e cosa vedi nel futuro?

Questa strada l’ho intrapresa per merito di mio fratello Robert, che nuotava. Ho iniziato a nuotare a 3 anni, e non stavo tanto in vasca quanto dal bordo a tuffarmi, facendo sempre le capriole per entrare in acqua.
Il maestro mi vide a bordo vasca, e chiese ai miei genitori di portarlo presso di lui. Lui era uno “vecchio stampo”: mai un complimento, sempre molto duro in qualsiasi situazione, però sapeva come premiarmi e mi spingeva a migliorarmi di continuo.

La prima volta sul trampolino da 1m. avevo 4 anni e mezzo. Mi tuffavo da solo nella piscina da 5 metri, a differenza degli altri bambini che avevano paura. Nella mia prima gara nazionale, a Cosenza, arrivai 4°.

Da lì in avanti fui sempre sotto al podio, di poco; una volta ebbi un infortunio al ginocchio, eppure vinsi la gara che dovevo disputare poco dopo, per via della maggiore serenità con cui la affrontai, senza logorarmi per il risultato.

Da lì ho capito quanto conta il lato psicologico, nell’affrontare la gara. E ho iniziato ad essere sempre sul podio, risultando l’atleta con più costanza nei risultati.

Con i “grandi” sicuramente il primo obiettivo per un ragazzino è riuscire a entrare in finale. Nel trampolino sono riuscito a piazzarmi bene. Nella piattaforma, un percorso che intraprendono in pochi, il percorso è molto stimolante.

Rispetto al trampolino, i tuffi sono più difficili: quando il tuffo riesce bene, è molto più appagante, più adrenalinico e soddisfacente. È anche molto più apprezzato visivamente.

È molto difficile anche da sopportare a livello fisico, bisogna impattare l’acqua nel modo giusto e non si può fare tutti i giorni.

Dietro c’è un grandissimo lavoro, per poter sopportare una sollecitazione fisica di quell’entità. Anche l’orientamento è importante, e quindi “in aria” devo capire cosa sto compiendo e come mi sto avvitando, in quale direzione.

Il cammino per preparare la gara è molto complicato, però i nostri preparatori svolgono sempre un lavoro eccellente, cercando di rendercelo “semplice”, nei limiti del possibile.

Previsioni per il futuro? Ora sono nel progetto federale, nella coppia sincro con Larssen. Rappresenteremo l’Italia in eventuali impegni internazionali: un grande obiettivo, e sicuramente un’esperienza bellissima, che riempie di gioia e orgoglio.

Come Nazionale, ci sono ancora molte gare europee, internazionali e mondiali.

Sicuramente ho ancora tanto tempo, valuterò e valuteremo di volta in volta, tenendo conto anche delle difficoltà che ha portato il covid, specie nella preparazione della gara.

Confido in un gran futuro per i risultati e per il medagliere mio e degli Azzurri: voglio continuare a crescere e a migliorare, giorno dopo giorno.

Ti seguiremo appassionatamente!

Prospettive ringrazia Eduard Timbretti e Robert Timbretti per la disponibilità e per l’intervista (comprese immagini)

L’intervista è stata realizzata da Gabriele Lacanna

 

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