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La libertà delle donne musulmane in Europa è in pericolo

Tempo di lettura: 3 minuti

La libertà delle donne musulmane in Europa è di nuovo in pericolo.

Il 30 marzo 2021 il Senato francese ha approvato tre emendamenti che vietano alle ragazze minori di 18 anni di portare l’hijab (velo che copre il capo) in pubblico e alle donne musulmane che indossano l’hijab di accompagnare i ragazzi nelle gite scolastiche e di indossare il burqini nelle piscine pubbliche.

Le misure approvate rientrano in un disegno di legge definito anti-separatista (che dovrà essere approvato anche dall’Assemblea nazionale), che ha come obiettivo il “divieto nello spazio pubblico di qualsiasi vestito o vestiario che significhi una inferiorizzazione delle donne rispetto agli uomini”. Norme ulteriori e più stringenti riguardano le associazioni che ricevono fondi pubblici, i finanziamenti, l’istruzione a domicilio e i luoghi di culto, al fine di “rafforzare il rispetto dei principi della Repubblica”.

Definire l’hijab come simbolo di oppressione femminile è sintomo di ignoranza: l’hijab è un esercizio di fede e ogni donna può decidere se indossarlo o meno. Se questo non accade e la donna è costretta a indossarlo dalla famiglia o dal marito siamo di fronte a un problema culturale, non religioso. Il maschilismo e la cultura patriarcale hanno diverse declinazioni e l’imposizione del velo è una di queste, ma ciò non significa che un’intera religione debba essere condannata.

Queste nuove misure approvate dal Senato francese sono frutto dell’islamofobia che dall’11 settembre 2001 ad oggi permea l’Occidente. E ad essere prese di mira per prime sono le donne, la cui autodeterminazione è per l’ennesima volta minata. Le discriminazioni sono intersezionali: il desiderio neo-coloniale europeo di “civilizzare” i popoli che hanno una cultura e una religione diversa e l’islamofobia si legano al maschilismo, che impedisce alle donne di disporre liberamente del proprio corpo.

Il 7 marzo 2021 in Svizzera si è svolto un referendum e il 51,2% degli elettori ha votato per la proibizione del burqa (vestito che copre interamente il corpo e il viso e che presenta una retina sugli occhi) e del niqab (velo che copre metà viso, lasciando scoperti gli occhi) nei luoghi pubblici, già vietati nel Canton Ticino e nel Canton San Gallo, in quanto ”Il velo integrale è strettamente legato all’ideologia islamista radicale e contrario al nostro modello di vita”. In questo provvedimento non è presente la necessaria distinzione tra burqa e niqab, i quali, nonostante abbiano un significato e una storia molto diversi, vengono posti sullo stesso piano: il niqab ha una forte valenza sia culturale sia religiosa, mentre il burqa, diffuso soprattutto in Afghanistan e Pakistan, è un indumento culturale e tradizionale, utilizzato nella storia principalmente per reprimere la libertà delle donne. In aggiunta, questo provvedimento è stato definito “un’azione contro la dissimulazione del volto”, al pari dei passamontagna indossati dai manifestanti in piazza violenti.

Anche in Italia sono state mosse negli anni azioni contro il velo integrale e la pandemia che stiamo vivendo ci pone davanti a un’evidenza: se il velo integrale rende irriconoscibili i volti, causando problemi di pubblica sicurezza, lo stesso fa la mascherina. Comparire mascherati in pubblico è vietato e questo è stabilito dall’Art. 5 della L. 152 del 22 maggio 1975: “E’ vietato l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico, senza giustificato motivo”.

Per la giurisprudenza italiana, il velo integrale rientra nella voce “giustificato motivo”, in quanto, secondo la pronuncia 3076/2008 del Consiglio di Stato, “Il velo islamico non costituisce una maschera, ma un tradizionale capo di abbigliamento di alcune popolazioni, tuttora utilizzato anche con aspetti di pratica religiosa”.

Se indossare la mascherina coincide con il diritto alla salute, indossare liberamente il velo integrale coincide con la libertà di culto, due diritti fondamentali della persona che nessuno stato democratico dovrebbe violare. Eppure in Europa sono molti gli Stati che hanno approvato leggi contro il velo islamico (e che, come l’Italia, stanno affrontando la contraddizione tra il divieto di indossare indumenti che coprano il viso e l’obbligo di indossare la mascherina) e la Svizzera, con il recente referendum, si unisce a una lista già lunga: in Francia, Austria, Belgio, Bulgaria e Danimarca è del tutto vietato indossare il burqa e il niqab, mentre in Germania e nei Paesi Bassi sono in vigore divieti parziali.

Le contraddizioni sono evidenti. E l’Europa, smaniosa di salvare le donne musulmane dall’immaginario giogo della religione Islamica, è incapace di realizzare di essere essa stessa l’oppressore.

FONTI:

https://www.lefigaro.fr/politique/separatisme-le-senat-vote-des-amendements-sur-le-port-du-voile-des-mineures-et-le-burkini-20210331

 

https://www.lemonde.fr/politique/article/2021/03/31/les-senateurs-interdisent-les-sorties-scolaires-aux-meres-voilees-accompagnatrices_6075033_823448.html

 

https://www.google.com/amp/s/www.leparisien.fr/amp/politique/loi-separatisme-au-senat-les-republicains-ouvrent-les-debats-par-une-salve-contre-le-voile-31-03-2021-RGBYQSKUABD6HHT4MMG4ZDPZJE.php

 

https://www.google.com/amp/s/www.repubblica.it/esteri/2021/03/07/news/svizzera_vince_il_si_al_referendum_anti-burqa_sara_vietato_nei_luoghi_pubblici-290833361/amp/

 

https://www.giustiziainsieme.it/it/diritto-dell-emergenza-covid-19/1123-covid-e-mascherine

Beatrice D’Auria

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