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Le leggi delle Donne

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Anno 1948. Nell’entusiasmo di un Paese che, raccogliendo tutte le forze rimaste, sta cercando di risollevarsi, viene approvata e promulgata la Costituzione Repubblicana.
Questa, agli articoli 3 e 37, sancisce in via definitiva il principio della parità tra uomo e donna attraverso il principio di uguaglianza; formale e sostanziale, attraverso disposizioni specificatamente riferite alla famiglia, al lavoro e alle attività pubbliche.
La donna, almeno per la lettera del testo costituzionale, non è più esclusa da attività di importanza pubblica; anche all’interno della famiglia i suoi diritti di moglie sono uguali a quelli del marito.
Per la lettera, però. Perché nella pratica, che faceva riferimento soprattutto al Codice Civile (oggi, come sappiamo, ampiamente riformato), la donna rimaneva soggetta a regole (sull’adulterio, sulla patria potestà, sul matrimonio, sul lavoro) smaccatamente a favore degli uomini, relegandola ad usi e costumi inossidabili.
Usi e costumi che tuttora sono saldamente presenti in molte zone del nostro Stato. Difficilmente vennero scardinati, soprattutto grazie all’opera dei singoli. Salvatore Morelli (appellato come “il Deputato delle Donne”), Anna Kuliscoff, Teresa Noce, Maria Montessori, Anna Maria Mozzoni, posero all’attenzione della politica italiana proposte di parità e tutela della donna; attraverso un lento, combattuto e sofferto, processo di discussione (tant’è che la maggior parte di queste non videro la luce sotto gli occhi dei propri ideatori) ne ottennero la legittimazione (occorre sempre specificare) letterale.
Quadro giuridico, politico e sociale che è andato a modificare questa situazione in tempi molto recenti.
Si pensi che è solo il 13 maggio 1960, quando la Corte Costituzionale dichiara con sentenza l’illegittimità dell’articolo 7, legge 17 luglio 1919, n.1176, che esclude le donne da tutti gli uffici pubblici che implicano l’esercizio di diritti e di potestà politiche. L’articolo recitava: “le donne sono ammesse a pari titolo degli uomini, a esercitare tutte le professioni ed a coprire tutti i pubblici impieghi, TRANNE quelli che implicano poteri pubblici giurisdizionali, o l’esercizio dei diritti o potestà politiche, o che attengono alla difesa militare dello Stato”.
Come sappiamo per certo, nonostante la dichiarazione d’illegittimità, la donna subirà ancora (e subisce) discriminazioni su posti di lavoro considerati tradizionalmente “per, da e con uomini”.
Ad esempio, per assistere all’entrata delle donne nell’Esercito, bisognerà aspettare il 1999 (progetto di legge “Spini”).
Per la prima donna in magistratura, occorre attendere il 1965 (e saranno solamente 8, le prime toghe rosa).
Per la parità negli uffici pubblici, gli interventi decisivi iniziano nel 1991, quando la legge n.125 riporta “azioni positive per la realizzazione della parità uomo – donna nel mondo del lavoro”; nel 1993, con la nascita delle “quote rosa”, si ha un ulteriore passo avanti: esse intervengono in campo elettivo, e quindi nelle liste comunali e regionali. Nel 2011 e nel 2012 la normativa riguardante le “quote rosa” verrà estesa al campo imprenditoriale – societario, con un notevole rafforzamento e la fissazione di quote percentuali.
Senza addentrarci nel discorso, basti ricordare che solamente dal 1996 lo stupro è novellato come un reato contro la persona, e non un “delitto contro la moralità pubblica e il buon costume”.
Queste sono solamente citazioni che non riportano un milionesimo di quanto le donne abbiano combattuto per ottenere una sorta di parità, quella che oggi percepiamo nella nostra società.
E’ corretto ricordare e approfondire, specialmente nella giornata dell’8 marzo, le vicissitudini del movimento per la parità di genere e per i diritti delle donne.
Ce lo spiega meglio la Dott.ssa Maria Grazia Colombari, Docente SISS all’Università degli Studi di Torino, scrittrice di numerosi libri per Mondadori, Loescher e Robin Edizioni, giornalista per il Corriere della Sera.
Cosa significa festeggiare l’8 marzo?
“Intanto è bene eliminare il termine “festa “: è fuorviante, offensivo ed inopportuno.
L’8 marzo è, e dev’essere, la giornata che ripercorre la storia delle lotte femminili.
Le donne hanno dovuto lottare, e lottano ancora, per vedersi riconosciuti quei diritti che agli uomini spettano di diritto fin dalla nascita! Se fosse possibile per una donna scegliere lo Stato in cui voler nascere, avrebbe seri problemi: la dis-parità di genere è il denominatore comune in tantissimi, anzi troppi Paesi!
L’8 marzo dobbiamo ricordare tutte quelle lavoratrici americane morte in un incendio per aver avuto il coraggio di scioperare per le difficili condizioni di lavoro.
L’8 marzo dobbiamo ricordare la vita difficile delle mondine che con la loro determinazione e le loro forti proteste sono riuscite ad ottenere per tutti, uomini e donne, la riduzione della giornata lavorativa (che a volta arrivava alle 13 ore) ad 8 ore.
L’8 marzo dobbiamo ricordare le tante donne “invisibili” private di ogni diritto: del diritto di studiare, di aver giustizia, della libertà di parola.
L’8 marzo dobbiamo ricordare tutte quelle donne che hanno lottato per dare a noi un mondo migliore dove i diritti naturali, libertà uguaglianza e giustizia, che l’ONU sancirà ufficialmente solo nel 10 dicembre 1948, siano coniugati anche al femminile. E allora ricordiamo il nome di alcune di loro, che la memoria storica tende a dimenticare: Anna Maria Mozzoni, Maria Montessori, Emmeline Pankurst, Olympe de Gouges, Alexandra Kollontaj, Anna Kuliscioff, Lilly Ledbetter che durante la Presidenza Obama è riuscita a far approvare la legge, che porta il suo nome, per l’uguaglianza dei salari. Ma soprattutto Clara Zekin, la più importante femminista tedesca, che nella Seconda Conferenza Internazionale delle donne socialiste di Copenaghen, per celebrare le battaglie femminili del passato e protestare per i diritti ancora da conquistare, propose l’8 marzo come la Giornata delle Donne. Era il 1910.
In Italia era il 1945 quando l’UDI (Unione donne italiane) celebrò la Prima Giornata della donna nelle zone dell’Italia libera; nell’anno successivo, nel 1946, al termine della Guerra, l’8 marzo venne riconosciuta ufficialmente come giornata delle donne e la mimosa ne divenne il simbolo. Furono le deputate Teresa Noce, Rita Montagnana e Teresa Mattei (che facevano parte dell’Assemblea Costituente), a volere questo fiore come emblema del coraggio delle donne. La scelta della mimosa ha infatti un’importanza storica ben precisa: era il fiore che i partigiani erano soliti regalare alle staffette.
L’8 marzo ricordiamoci anche di loro! Ripassare ogni tanto la storia fa bene, fa riflettere sulle difficoltà incontrate dalle donne che in questo giorno meritano di più di una cena, di una mimosa!”
Questo importante excursus, ricco di informazioni e riferimenti, oggi più che mai diventa un appello alle ragazze che, ignare di quanto le madri, le nonne etc. hanno vissuto, martiri della società patriarcale, tendono a non riconoscere o a sottovalutare la realtà attuale.
La totale assuefazione “da social network” ha reso nuovamente il sesso femminile uno strumento di desiderio carnale e di condivisione commerciale gretta e discriminatoria. Offrendo, sulla base del libero arbitrio e della valorizzazione della bellezza e della spregiudicatezza, un modo per distinguersi e per cercare di ottenere fama e notorietà, le giovani “competono” soddisfando in modo sottomesso gli standard social utili per arrivare a tali traguardi.
Una triste capitolazione, se si pensa che anni di lotte vengono vanificati da scatti che definire “osé” è obbligato a causa di una lacuna letterale che non consente altrimenti definizione. Una volontaria deposizione delle armi, che consente a uomini e ragazzi dediti a prassi poco illuminate, di riempire il
serbatoio del potere, dinnanzi ad una donna sempre più riconosciuta come strumento di vezzo, piacere, dimostrazione e immagine.
Ed allora, a fronte di questa realtà virtuale e non, fatta di social e di programmi televisivi “trash”, dove la donna torna ad essere ridotta a muta presenza strumentalizzata, l’8 marzo è un’occasione per tornare a dare voce a chi ha combattuto e combatte, a chi ha sofferto e soffre. Una voce che, speriamo, non torni ad essere muta o fioca, ma risuoni potente nelle stanze della nostra società.
Per i riferimenti legislativi: ringraziamo Maria Grazia Colombari e Robin Edizioni per averci concesso l’utilizzo dei testi tratti dal libro “La parità: un diritto delle donne. Conquiste in punta di piedi”;
per la riflessione sull’8 marzo: ringraziamo Maria Grazia Colombari per la disponibilità.

 

Lacanna Gabriele

 

 

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